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Scritto da Emanuele Voccia Pediatra

Mamme di ieri e mamme di oggi a confronto: parliamone col pediatra

Le mamme e l'ansia

Riconosco una sostanziale differenza tra la mamma di ieri e quella di oggi. Una volta c’erano due categorie di mamme: le mamme ansiose e le mamme non ansiose. Oggi non è più possibile semplificare nei due macrogruppi, ma occorre riconoscere molte altre categorie di mamme, poiché fattori diversamente combinati hanno reso necessario procedere con ulteriori classificazioni. Esistono così oggi cento mamme diversamente ansiose: chi per quel motivo chi per l’altro, chi per il lavoro che le stressa rendendo sempre più difficile gestire la propria maternità, chi perché non riesce ad organizzarsi nel quotidiano. L’ansia aumenta ancor più nel caso di assenza del papà o di mancanza di una famiglia di supporto.

Si sono quindi creati non più due o tre stereotipi di mamma come una volta, ma tanti diversi profili di mamme che ricorrono a noi con una certa frequenza e che noi pediatri dobbiamo essere in grado di valutare quando si presentano nel nostro studio tenendo sempre conto del fatto che esistono combinazioni diverse.

Per esempio si presentò in studio da me una mamma con la figlia di 18 mesi che aveva la febbre già da tre giorni a 39 e respirava malissimo. La mamma disse che già da due/tre giorni stava curandola dandole “qualcosina” a casa, però visto che non migliorava aveva pensato di portarla in visita. La bimba aveva una grave bronchite. In questo caso ci troviamo di fronte ad una mamma del tipo tranquillo, molto impegnata col lavoro e che è poco preoccupata della salute della bambina. Inoltre in casa, insieme alla mamma e alla piccola, viveva anche una parente stretta (probabilmente anch'essa molto tranquilla), che gliela poteva tenere mentre lei era al lavoro.

Al contrario esistono mamme che vengono in ambulatorio anche solo perché la bambina ha la goccia al naso e la notte precedente ha russato un po’ più del solito… Questo per sottolineare che si fa fatica a ridurre le tipologie delle mamma ad un paio di stereotipi. A ciò si aggiunga un secondo gruppo di mamme altrettanto diviso in categorie, rappresentato dalle donne extracomunitarie. Queste ultime sovente si presentano solo quando i loro bambini sono malatissimi; difficilmente vengono per una cosa di poco conto. Arrivano in ambulatorio per una bronchite gravissima oppure per una diarrea che persiste da 4/5 giorni e di solito i loro piccoli stanno molto male.

Un aspetto a cui soprattutto le persone di colore sono particolarmente attente è la pelle. Quando una mamma osserva un’irritazione cutanea anche poco visibile sulla pelle del proprio bambino, si precipita in visita preoccupata. Altro dato curioso è che le mamme giapponesi spesso non vogliono allattare perché hanno un concetto molto alto del proprio seno e non vogliono correre il rischio di rovinarselo. Quindi, per concludere, anche nel caso degli extracomunitari ci troviamo di fronte a comportamenti materni molto disparati.

La divulgazione di informazione sugli argomenti della maternità costituisce uno dei problemi principali dei pediatri di oggi, perché se è vero che ciò può contribuire a creare un substrato culturale nella mamma, diventa poi difficile smontare certe errate convinzioni. Mentre una volta (fino a trent’anni fa), forse in maniera sbagliata, il pediatra aveva un carisma culturale notevole e quello che diceva lui era “il verbo”, oggi assistiamo ad un fenomeno di pseudo informazione, non scientifica, a metà tra la scienza e il gossip, che deriva dalle trasmissioni televisive, da quello che viene scritto sui giornali, sui quotidiani e nei setti-manali di medicina “prèt a porter”. Questa informazione – fatta apposta per chi vuol sapere un pochino di più sulla medicina – se da un lato crea qualche volta un sottofondo utile, (impedendo che si perpetuino molti degli errori che facevano le mamme di una volta, come quello, ad esempio, di ipercoprire i bambini quando hanno la febbre), altre volte finisce invece per creare conflitto con lo specialista, in quanto spinge la mamma a presentarsi con una prediagnosi fatta da lei che molto spesso va smontata per lasciare il posto alla vera diagnosi.

Tante sono le mamme, ad esempio, che arrivano dal medico sostenendo con convinzione che il figlio ha un’allergia in quanto ha sempre raffreddore e tosse e magari sono già certe che sia allergico al pelo del gatto del vicino. In realtà poi si scopre che, frequentando l’asilo nido o la scuola materna, ha sempre il raffreddore per altri motivi. In questo caso spesso si deve prescrivere un test allergico al bambino per smontare l’ipotesi dell’esistenza di una qualche forma di allergia, dimostrando così alla mamma che si era sbagliata. Mamme di questo tipo complicano il lavoro del medico.

Indubbiamente però le mamme di oggi hanno una capacità “medica” superiore rispetto a quelle di una volta, tranne che per un aspetto: non c’è più nessuna mamma che fa le punture ai bambini. Per il resto hanno una manualità maggiore, una conoscenza più dettagliata delle dinamiche patologiche infantili e sono più disposte ad accettare il naturale decorso medico di una malattia.

Anche l’ansietà è cambiata rispetto ad un tempo. Una volta le mamme erano ansiose nei confronti del bambino, oggi sono ansiose nei confronti di quello che un bambino comporta e cambia nella loro vita. Il fatto che una mamma mi chiami non appena scopre che il bimbo ha la febbre a 37,1 e l’occhietto un po’ lucido, sta a significare in parte che pre-occupata per la salute del figlio, ma che potrebbe essere in pensiero perché il giorno dopo il bambino non può andare all’asilo nido e lei, di conseguenza, deve assentarsi dal lavoro. Quindi a volte si tratta di un’apprensione legata ad una logistica familiare, perché il giorno dopo dovrebbero partire per le vacanze, o perché magari c’è l’aereo da disdire e loro devono sapere se poter partire o no.

La mamma potrebbe essere in apprensione perché deve mobilitare gli aiuti assistenziali (ad esempio chiamare la nonna e farla spostare per raggiungere il bambino a casa). Tutto ciò fa si che nella testa se non nel cuore della mamma di oggi si crei più ansia nei confronti di quei 37,1 rispetto alla mamma di una volta che poteva, al contrario, disporre dell’aiuto di un parente che a casa era comunque spesso presente (il nido non c’era quasi mai). Il lavoro delle donne madri, inoltre, trent’anni fa era senz’altro meno diffuso di adesso e quindi l’ansietà era più concentrata sul bambino stesso che non sulla situazione bambino.

Il rapporto madre-bambino è diverso anche fra le donne extracomunitarie di diverse etnie. Personalmente ho esperienza di bambini di origine africana e giapponese, e molti extracomunitari di tipo particolare – mi riferisco ad americani, canadesi, australiani – che hanno caratteristiche un po’ diverse dalle nostre ma che comunque sono molto più vicini a noi dal punto di vista culturale del classico extracomunitario. La maggior parte dell’utenza che accolgo nel mio studio con provenienza di quest’ultimo tipo, è gente che ha già girato il mondo abbastanza e maturato un tipo di mentalità più aperta e adattabile alle circostanze.

Posso asserire che il problema del bambino americano in generale è quello legato alla tendenza all’obesità – che tra l’altro comincia a farsi sentire anche qui da noi – dovuta ad una marcata tendenza all’iperalimentazione associata ad una non corretta qualità della stessa, alla cui base sta una diversa cultura alimentare. A parte l’uso del latte artificiale molto più diffuso che non tra gli europei, spesso non hanno un'attenzione a ciò che mangiano i loro figli come quella che è ormai diffusa in Europa. Molto importante è la colazione abbondante (cosiddetta “continentale”), per cui ci sono bambini che a 18 mesi già mangiano wurstel con le uova; a pranzo mangiano non a casa (a scuola) e alla sera fanno cene abbondanti pasteggiando a latte o succhi di frutta, sottoponendosi così da subito ad un’ipernutrizione che raggiunge il massimo del peggio in età adolescenziale. Sono infatti poche le famiglie che hanno la cultura di un’alimentazione sana, quindi in media gli americani tendono all'obesità perché mangiano un eccesso di proteine e zuccheri.

Ci sono molte mamme africane provenienti da paesi altrettanto diversi per cultura, che complessivamente cercano di mantenere le loro abitudini anche nell’alimentazione dei figli. Penso che sia giusto lasciarglielo fare se ciò non comporta rischi per la salute del bambino.

Ho conosciuto una famiglia ghanese con abitudini alimentari tipiche del loro paese d’origine: sia gli adulti che i bambini a partire dagli 8/9 mesi attingevano ad un pentolone posto in mezzo alla tavola o per terra, con un pezzo di pane fatto da loro. Diventa difficile in questo senso intervenire con prescrizioni alimentari particolari.

Il mio compito si limita in questo caso ad informarli sulle necessità alimentari, ma non posso intervenire più di tanto. Così se il bambino sta bene e cresce bene, a parte qualche correttivo, lascio stare.

Nel rapporto con i loro figli, le mamme extracomunitarie tendono a fare anche qui da noi quello che farebbero nel loro paese. Il bambino se lo tengono addosso fino ai due anni di età, creando così un nesso psicologico di stretto di attaccamento.

Quando il piccolo compie questa età, se ne distaccano nettamente favorendo contestualmente un processo di autonomizzazione precoce molto deciso. Quindi abbandonata la fascia attaccata al corpo materno, dopo i due anni il bambino passa subito a giocare fuori casa.

Le mamme e l'alimentazione dei figli

Nell’ultimo trentennio, comunque, la scienza medica della maternità si evoluta molto. E' senz’altro merito della scienza alimentare l'aumento nell’altezza media dell’ultima generazione, insieme a qualche cura medica particolare che ha eliminato molti problemi. Basti citare la cura che c’è nel divezzamento adesso, non finalizzata alla salute del bambino nell’immediato bensì alla salute del futuro adulto.

Se ad un bambino di due mesi diamo anche qualsiasi cibo frullato egli lo mangia e cresce normalmente. Così facendo però facciamo brutti scherzi alla sua salute da adulto in quanto questo comportamento potrebbe favorire ipercolesterolemia precoce od ossificazione precoce, o causare importanti problemi gastrici, o ancora l’osteoporosi precoce nelle femmine, e così via.

Un’alimentazione corretta nei primi mesi di vita, in particolare nel periodo del divezzamento, costituisce la base per una buona salute per tutta la durata della vita. Uno studio effettuato sui cadaveri dei ventenni militari americani caduti durante il massacro del Vietman, ha potuto rilevare la presenza, in alcuni di loro, già di arteriosclerosi cioè di placche nelle arterie. Uno studio retrospettivo di questi ragazzi su come avessero vissuto nei primi anni della loro vita, ottenuto con la collaborazione delle famiglie di appartenenza, ha reso possibile correlare questo dato – cioè maggiore presenza di arteriosclerosi – con divezzamento precoce, portando alla conclusione che mangiare precocemente alimenti diversi dal latte a partire dai 2/3 mesi comporta con maggior facilità la comparsa di placche nelle arterie già in giovane età. In altre parole: con gli alimenti giusti al tempo giusto si previene l’arteriosclerosi.

Analogamente potremmo prevenire altre patologie importanti come il diabete, l’obesità, etc. Pare che la salute “si giochi” nei primi 6/12 mesi di vita. Nutrendo un bambino di due mesi con carboidrati diversi da quelli del latte gli stimoliamo un’ossificazione precoce con la conseguente minor crescita in altezza e in più gli forniamo sostanze che non può utilizzare perché non assorbibili a quell’età per cui alla fine cresce meno.

L’allattamento naturale, al contrario, va sempre bene. Ci sono solo due rischi per il bambino. Uno si presenta quando nasce molto sottopeso, per cui, al di là della disponibilità del latte della mamma, a volte il neonato fa fatica a recuperare il peso perduto e qui si apre un capitolo enorme di problemi patologici importanti legati proprio all’essere sottopeso. L’altro rischio è legato a quelle situazioni borderline, come il caso in cui il latte della mamma c’è ma non è tantissimo, con la conseguenza che il bambino cresce ma non benissimo. Si tenta di andare avanti senza aggiunta, ma occorre tenere molto monitorata la situazione. Verrebbe voglia, in questi casi, di intervenire prescrivendo dei latti additivi, ma se la mamma vuole insistere nel proseguire con il proprio latte trovo giusto lasciarglielo fare.

In questi casi c’è il rischio di trovarsi di fronte a bambini che a 18-24 mesi sono sottopeso e quando cominciano a mangiare davvero crescono velocemente. Il più delle volte la misura della crescita del proprio bambino diventa preoccupazione, più che delle mamme, della famiglia intera. Soprattutto delle nonne. L’unico elemento di riferimento per controllare e monitorare una corretta crescita del bambino è tenere presente la curva di crescita. Ci sono due variabili da controllare: curva di crescita di peso e curva di crescita in altezza. Quando le due curve crescono parallelamente e coerentemente – non importa quanto – si parla comunque di crescita normale, anche se i valori sono bassi (cioè se il neonato si alza poco e di poco aumenta il suo peso, che però cresce sempre in modo proporzionale). I bambini minuti, piccolini, sono quelli più a rischio obesità: se la mamma cerca sempre di farli mangiare un po' di più, al momento in cui la gola prende il sopravvento sul loro naturale auto-controllo alimentare facilmente ingrassano anche oltremisura.

Dal punto di vista medico in generale, i bambini oggi sono senz’altro più seguiti, anche perché oggi possono essere trattate molte malattie che un tempo non si riuscivano a curare. Ad esempio l’asma: una volta si curava quasi solo con il cortisone, sostanza che arresta la crescita. La celiachia, invece, non si diagnosticava affatto come si fa adesso. E di celiaci ce ne sono tantissimi. C’erano quindi adolescenti gracili e sottopeso che in realtà erano celiaci non diagnosticati. Il problema dell’obesità è dovuto spesso ad una forzata alimentazione del bambino da parte di una famiglia che non riesce più ad avere sotto controllo l'alimentazione dei ragazzi che spesso mangiano fuori casa una se non due volte al giorno.

I padri in media sono più attenti, più interferenti rispetto a quelli di una volta. Ma entrano in gioco più avanti: fino ai 2/3 anni dal punto di vista dell’alimentazione, dello stile di vita, del vestiario il padre ha poca voce in capitolo. Se il padre è presente, è un notevole aiuto per la mamma perché le allevia il lavoro educativo. E' dopo i 3/4 anni, comunque, che comincia ad essere una figura di riferimento importante per quanto riguarda attività scolastiche, sportive, extrascolastiche, linguaggio, lettura. Una volta era raro vedere i papà dal pediatra e oggi è molto più facile che siano presenti alla visita. Ciò è molto importante perché, avendo davanti mamma, papà e bambino, il medico vede una dinamica familiare completa, difficile da ricostruire attraverso il solo racconto della mamma.

Il rapporto tra gli specialisti nella cura del bambino

Nella realtà territoriale di Parma sono stati stabiliti rapporti di collaborazione attraverso la costruzione di percorsi comuni di formazione tra ostetriche, pediatri e neonatologi soprattutto per quanto riguarda l’allattamento nell'ambito del “Percorso Nascita” organizzato con l’Ausl, il Comune, l’Ospedale e la categoria dei pediatri. Si tratta di un percorso guidato che comincia con un lavoro sulla coppia prima di sposarsi e finisce con i primi anni del bambino. Esiste poi il progetto Dimissioni Appropriate in cui è strutturata una stretta collaborazione tra ostetriche e pediatri che, al di là di naturali personalismi dovuti ad esperienze professionali e impostazioni culturali un po’ diverse, condividono senza scontri metodi e impostazioni operative.

Diverso è invece il rapporto con altre figure professionali mediche o paramediche che subentrano successivamente nel corso della vita del bambino. L’utilità e l’utilizzo di queste figure dipende molto da come il pediatra intende la propria professione. Noi pediatri dobbiamo avere delle competenze tali da poter gestire il bambino personalmente nella maggior parte dei casi e in questo senso tendiamo a non delegare agli specialisti d'organo la diagnosi del problema che di volta in volta si presenta. Cerchiamo di risolvere i problemi noi perché – dal momento che di fastidi di diverso tipo ce ne sono mille, tra dermatiti, l’occhio rosso, il cuore che batte troppo forte, dentino che non viene fuori – se lo mandassimo tutte le volte dallo specialista, il bambino sarebbe sempre in viaggio.

Esistono al contrario alcune specifiche problematiche che richiedono necessariamente l’intervento dello specialista.

Ci sono situazioni complesse che soltanto esperti specialisti di secondo livello possono diagnosticare e trattare opportunamente. In altri casi è indispensabile ricorrere a Centri di riferimento che spesso sono l'unica risposta efficace a patologie rare o complicate.

Per quanto riguarda l’osteopatia, vale la pena di puntualizzare che, al di là della riconosciuta utilità, a volte si eccede nel ricorso a tale pratica. Qualcuno ancora non ne conosce l’esistenza, mentre ci sono altri che ricorrono all'osteopata subito; perché pare che questa figura sia diventata il fulcro della scienza medica familiare moderna. Diventa un po’ eccessivo ricorrere all’osteopata per tutto, dal rigurgito al ginocchio che scrocchia, dal mal di pancia all’occhio storto. Dovrebbe essere uno strumento nostro, molto spesso, invece, è un’automedicazione. Ci sono osteopati in gamba che sanno dire no, perché la problematica non può essere da loro affrontata, altri invece si impegnano per tutto, anche perché generalmente male non possono fare.

Ho invece un rapporto strettissimo con alcuni psicologi e neuropsichiatri perché i problemi che rientrano in questa sfera devono essere risolti in equipe. Ad esempio, un bambino che ha un problema di linguaggio lo mando prima dal neuro-psichiatra, poi, esclusa la sua competenza, dallo psicologo o ancora dal logopedista. Poi è opportuno che mettiamo in comune le nostre impressioni perché ci sono cose legate alle dinamiche famigliari che io so e di cui loro non sono al corrente, utili ai fini della diagnosi e cura del piccolo paziente. A volte basta anche una telefonata e si inquadrano situazioni anche complicate.

La gestione del tempo

Oggi sicuramente per una madre che lavora è molto difficile gestire il bambino e spesso non ha molti aiuti in questo senso, nonostante l'offerta di asili nido e altri servizi come le tagesmutter e i supporti famigliari. Quello che manca è la volontà di concedere in ogni tipo di lavoro la flessibilità dell’orario alle donne per permetter loro di vivere serenamente la propria maternità e di seguire il proprio bambino nel rispetto delle loro capacità professionali. Ciò non sempre dipende da terzi. Qualche volta dipende dalla madre stessa. Le madri “più problematiche” sono quelle che hanno un negozio in proprio perché non riescono a delegare, son sempre al lavoro, vengono a casa tardissimo e questo da quando il bambino ha pochi mesi. Le madri in carriera invece hanno una mentalità diversa e più delegante: è vero che col bambino sono meno presenti, ma si sanno organizzare con la baby bitter, nonni od asili, e sanno gestire il tempo in modo efficiente.

I bambini figli di madri lavoratrici spesso vengono portati al nido e a prenderli ci va poi un famigliare che li tiene fino a quando arriva la mamma, spesso ad un orario in cui il bambino già dorme e quindi la madre li vede veramente poco. Il problema di far conciliare i tempi di una mamma che lavora con l’idea della maternità, dunque, è non solo strutturale ma anche di tipo culturale.

L’ultima volta che sono stato in Finlandia, mi sono stupito nel vedere tante mamme con bambini, spesso due o tre. La scuola per i bambini finlandesi è una seconda madre: entrano in aula alle 7 del mattino e ci restano fino alle 7 di sera costituendo un valido aiuto per le madri lavoratrici. La casa, però, non è più sinonimo di famiglia, ma quasi un dormitorio. Non esiste la famiglia che intendiamo noi. Non ci sono neanche gli anziani, perché dopo la pensione escono dalla città per trasferirsi in veri e propri ghetti dove vengono accuditi dallo Stato senza spendere nulla ma in un contesto isolato, non più vicino alla famiglia di origine. In Svezia e in Olanda, invece, il bambino è il principe: le città sono fatte per bambini e ragazzi che dal venerdì pomeriggio alla domenica, sono padroni incontrastati delle città. E' strano, però, considerare che proprio in questi paesi è presente un alto tasso di suicidi giovanili.

Molto equilibrio si riscontra invece in Spagna, dove ci sono molte mamme lavoratrici che gestiscono benissimo i loro figli: hanno un orario flessibilissimo e c’è una mentalità che consente di vivere nel migliore dei modi la maternità. In Grecia sembra di vivere nelle nostre città di vent’anni fa, con ancora molto spazio riservato ai bambini e alla maternità.

La giusta attività fisica per i figli

Una delle cause dell’obesità infantile è costituita dalla mancanza di rapporto adeguato con lo spazio (inteso come area di attività). L’attività sportiva che quasi tutti i bambini fanno è da considerarsi un’azione di cosmesi del problema: in casa sono frenati nell’attività motoria per evitare i pericoli, nei cortili non vanno quasi più così come negli spazi aperti. La palestra o la piscina, due ore settimanali, servono spesso a mettere a posto la coscienza delle famiglie. Uno dei tormentoni che noi usiamo sempre di più è quello di dire ai genitori di far praticare ai propri figli un’attività motoria quotidiana che vada oltre la palestra e la piscina. La compianta psicologa Cavara Medioli diceva giustamente che noi siamo stati creati per camminare, se non camminiamo non è che ci si atrofizza solo il musco-letto della gamba, ma tutto il nostro organismo ne subisce l’effetto negativo. Lei usava il camminare come terapia in tante situazioni e con degli ottimi risultati.

Camminare per un’ora mette in moto metabolismi che normalmente sono addormentati. Metabolismi non solo muscolari, non solo respiratori, ma anche mentali. Ma chi li fa camminare questi bambini? Le mamme lavorano, i papà lavorano, le nonne lavorano... l’unica struttura che tiene i bambini tutti i giorni, cioè la scuola, non può certo organizzare una volta al giorno, per un’ora, la camminata o una pedalata in bicicletta. Anche la prevenzione degli incidenti si fa con l’esercizio psicomotorio, perché solo un bambino che sa destreggiarsi bene nelle varie situazioni e ha coscienza del proprio corpo nello spazio, riesce ad evitare gli incidenti.

La soluzione a questo problema sarebbe dare alle madri la possibilità di usufruire della giusta flessibilità oraria per stare col proprio bambino e inserire nei programmi scolastici, sopratutto in caso di tempo-pieno, un'ora giornaliera di attività motoria, come già succede in altri paesi, sopratutto di cultura anglosassone.

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